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Intro

La calce, come affermano le fonti antiche di Vitruvio e di Plinio il Vecchio, fu scoperta molto probabilmente per caso a seguito dello spegnimento di un forte incendio di un edificio costruito in pietra calcarea. Già dal IV secolo a.C. era conosciuta da Greci e Fenici che la diffusero attraverso le loro rotte mercantili in tutto il Mediterraneo. Dagli scavi archeologici risulta che anche i Messapi utilizzarono la calce, sotto forma di malta, per la realizzazione delle proprie abitazioni; anche se per l’edificazione delle cinte murarie a difesa delle polis preferirono impiegare “a secco” enormi blocchi in calcarenite locale. E’ però con l’ascesa dei Romani che la calce assunse una qualità maggiore, per la realizzazione di infrastrutture ad ampia luce e di edifici mai realizzati fino ad allora. Nel nostro ambito territoriale, la calce, assieme al tufo, estratto nelle tagghiate, costituisce un connubio perfetto che ancora riesce a caratterizzare l’architettura salentina, sia essa aulica o rurale.

La Calce e le Calcare

La calce viva si ricavava, fino a pochi decenni or sono, in fornaci tradizionali chiamate calcare o meglio carcare nel vernacolo salentino. Queste primitive attività industriali erano localizzate in aree che avevano due caratteristiche imprescindibili: la presenza di boschi o di macchie per la fornitura di combustibile, come legna da ardere e carbone e la giusta pietra calcarea per la cottura. Quest’ultima doveva essere, tra tutte le rocce del Salento, quella con formazione cristallina tipo pietra viva e dai riflessi chiari, precisamente un “calcare dolomitico a frattura irregolare”. Queste proprietà sono tali che il posto prediletto nei secoli per l’impianto di una calcara sia stato il vasto bacino dell’Arneo, in cui un tempo non molto remoto, era coperto da estese macchie superstiti dell’antica Foresta Oritana che si estendeva fino all’odierna marina di Sant’Isidoro.
Le fornaci di tipo tradizionale ricordano molto i furnieddhri, infatti una calcara, quando non caricata, altro non è che un anello in pietra a secco dell’altezza tra i due e tre metri, il cui diametro varia dai sette ai dieci metri al cui interno, sulle pareti interne ed in sommità, vi è un rivestimento di uno strato di calce di scarto. Il fondo è scavato nel banco roccioso per più di un metro e comunica con l’esterno attraverso una piccola apertura, per poter agevolmente alimentare e gestire il fuoco all’interno. Quando invece, bisognava mettere in funzione la carcara, si disponeva il carico di pietre all’interno dell’anello, realizzando, con lo stesso procedimento costruttivo dei furnieddhri, una falsa cupola, il vuoto creato, comunicante con l’esterno, serviva appunto da camera di combustione. Sopra di essa, si disponeva il restante materiale calcareo, come pietre di medie dimensioni, pietruzze e schegge, cercando inoltre di lasciare tra pietra e pietra, lo spazio necessario per far arrivare le fiamme e far passare il fumo.

Lecce, chiesa di Santa Croce, San Francesco da Paola salva dall'incendio la calcara. Formella opera dell'architetto barocco, Francesco Antonio Zimbalo, 1614.
Lecce, chiesa di Santa Croce, San Francesco da Paola salva dall'incendio la calcara. Formella opera dell'architetto barocco, Francesco Antonio Zimbalo, 1614.
Il carico così disposto, continuava in altezza fino a superare le pareti in pietra a secco e realizzando in sommità un cono, ricoperto poi da uno spesso strato di terreno argilloso, intervallato ogni tanto da dei fori circolari in modo da far defluire i fumi di combustione. L’operazione era affida ai calcinari o caucinari, un mestiere molto pericoloso a causa delle forti temperature e del gas che la reazione chimica sprigionava: l’acido carbonico. Oltre i pericoli c’erano anche i saperi che si tramandavano nelle generazioni i calcinari, come ad esempio i nomi degli utensili e le parti che costituivano una calcara, i periodi giusti per l’accensione, la durata della cottura, tutte esperienze che sono ormai scomparse o che stanno scomparendo. Dobbiamo dunque trarre dalla manualistica empirica ottocentesca, in particolare dal trattato di Rondelet, per ben capire il procedimento di trasformazione.
“Per convertire le pietre in calce, conviene aver riguardo di non riscaldare il forno che a gradi: primo, perché se le pietre sono assalite da un fuoco troppo vivo, si spezzano e fanno crollare quelle che si dispongono nel forno a guisa di volta a giorno per facilitare la cottura di esse; secondo, perché è da temersi che le pietre prese troppo rapidamente dal fuoco non possano più convertirsi in calce; invece un fuoco moderato in principio le fa sudar lentamente e ne ritira l'umidità senza fenomeno. E’ necessario che il calore aumenti sempre senza interruzione; e a tale proposito domina fra gli operai una opinione ripetuta da molti libri, cioè che quando è stato interrotto il fuoco prima che la pietra sia cotta come conviene, un bosco intero non basterebbe a ridurla in calce. Devesi osservare che ciascuna fornata sia di una sola specie di pietra, e della stessa cava, se è possibile, onde la calce che ne deve provenire sia d'una stessa qualità. Quando per empiere il forno è forza prendere più specie di pietre, o di cave diverse, non bisogna mischiarle alla rinfusa, ma collocarle in ragione della qualità, acciocché essendo ridotte in calca si possano separare, se è necessario, e sperimentare il grado di calore che ad esse conviene. Le pietre più dure e più grosse debbono porsi al centro, le più tenere e minute, alla circonferenza. La maggior parte degli scrittori e fra gli altri Alberti e Palladio dicono che occorrono almeno sessant'ore di un fuoco vivo, violento e continuo per ridurre le pietre in calce. Secondo Scamozzi sono necessarie cent'ore, o quattro in cinque giorni; tempo che vi s’impiega comunemente. Non è possibile indicare il tempo preciso, perché dipende, primo, dalla qualità delle pietre, secondo, dai combustibili impiegati, terzo dalla costruzione del forno, e da altre circostanze diverse. […]”

Pertanto, la forte temperatura ottenuta con la combustione, che arrivava a circa 900°, consentiva la reazione chimica di calcinazione e data la scarsa capacità di ottenere queste temperature, era necessario che il calore prodotto, si disperdesse verso l’esterno il meno possibile, per questo motivo la calcara veniva realizzata, parzialmente nel banco roccioso, con uno spesso muraglione e con la calotta in terra sulla sommità. 

Pietra calcarea, utilizzata per il processo di calcinazione.
Pietra calcarea, utilizzata per il processo di calcinazione.
Sezione di una calcara
Sezione di una calcara
I resti della calcara della Sarparea
I resti della calcara della Sarparea
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Pubblicato il 12 Settembre 2009