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le tagghiate
Dal Neolitico all'Alto Medioevo

I primi abitanti che popolarono il nostro territorio erano prevalentemente semi-nomadi, si spostavano a seconda dei periodi stagionali con gli armenti al seguito, alla ricerca di pascoli da utilizzare. I loro ricoveri erano costruiti con materiale vegetale (legno, canne, fango, pelli), sul suolo calcareo, come testimoniano i numerosi buchi da palo, scavati nella roccia in aree costiere o sulle alture rocciose, le cosiddette specchie.
Con lo stanziamento, le invasioni e l'influenza di altri popoli, nonché con lo sviluppo di nuove tecnologie, l'uomo iniziò a sfruttare ciò che aveva in abbondanza - il materiale lapideo - ricercando nuove soluzioni edilizie adatte ai nuovi bisogni.
Sulle scogliere di Porto Selvaggio è presente una cava, datata all'epoca messapica, da cui si estraeva una roccia calcarea molto compatta e resistente, cavata con un metodo molto antico: venivano scavati i contorni del concio da estrarre e si infilavano al di sotto dei cunei di legno che, bagnati abbondantemente con acqua, dilatandosi provocavano il distaccamento del pezzo dal substrato roccioso;  sono ancora visibili i segni lasciati dagli scalpelli, e numerosi blocchi monolitici, alcuni di notevoli dimensioni, che aspettano da millenni un imbarco, dai resti del sommerso molo d'attracco delle navi.

La cava messapica di porto selvaggio
L'antica cava Messapica di Porto Selvaggio
Passarono i secoli e dal vicino Oriente arrivarono i monaci Basiliani, portatori di grandi conoscenze tecniche, oltre che della cultura e della lingua. Essi erano dediti prevalentemente all'esercizio spirituale, in ascesi, o in piccoli cenobi. A causa delle persecuzioni iconoclaste e delle scorrerie di pirati e barbari, preferirono realizzare i loro luoghi di culto e le loro dimore in cavità ipogee che scavarono a mano, creando cripte, abitazioni a grotta, depositi per derrate alimentari. Alcuni complessi molto articolati dove si uniscono con splendidi affreschi raffiguranti scene di rievocazioni evangeliche e figure di santi per lo più orientali sono tra i capolavori del Salento. I monaci insegnarono alle nostre genti medievali i benefici di queste tipologie abitative di cui rimangono molte testimonianze nei pressi di Casole a Copertino, come pozzelle e case a grotta, ormai riempite di terra per piantarvi ulivi. Rimangono ancora alcune cripte, come a Veglie quella della Favana, in agro di Nardò quella di Sant'Antonio Abate, a Copertino quella di Masseria Monaci, della Grottella; rimangono anche alcune testimonianze orali, seppur molto fantasiose di lunghe gallerie che collegano varie località, come i conventi.
Dal Basso Medioevo agli Anni '50
"Lu  Zzueccu"
Lu zzueccu, in una tagghiata presso li Tumi, è ancora ben visibile il solco e il concio non estratto, ricoperto da una patina di muschi e licheni
Con la necessità di accorpamento della popolazione e la relativa difesa, cresce il bisogno di materiale edilizio per la costruzione delle strutture. Nasce così la nuova figura dello zzoccatore, o del cavamonti, mentre il paesaggio rurale si trasforma; alcune aree adatte all'estrazione vengono trasformate per la nuova attività "industriale". Lo zzoccatore, era uno dei mestieri più duri e meno pagati, il nome deriva dall'unico attrezzo usato, lo zzueccu; un ferro con due punte, la prima lunga circa 35 cm e stretta, disposta a coltello, serviva per creare i quattro solchi paralleli, che davano i lati al concio, la seconda punta più corta, lunga circa 20 cm, con forma di ascia, serviva ad estrarre il pezzo mediante lievi colpi e facendo leggermente leva alla base, e per livellarne le irregolarità. Esiste ancora a Copertino, il vico degli zoccatori, un rione all'epoca molto povero e con le condizioni igieniche ai limiti della vivibilità, caratterizzato da una strada molto stretta con le case ammassate le une e le altre, situata appena fuori le mura sulla direttrice, stradale che portava alle tagghiate, ovvero alle cave. In base alle richieste de lu mesciu, il cavamonti estraeva i cuzzetti, i pezzi, che in cantiere in base alle dimensioni prendevano il nome di Purpittagno con sezione quadrata di 25 cm, Pizzottu con 30 cm di base, Palmo e mezzo con 35 cm di base. L'altezza veniva definita tagghia, ed era in legno e costante per tutti i zoccaturi (25 cm), la lunghezza invece variava a seconda dell'utilizzo e si misurava in palmi. La qualità del tufo faceva dipendere il prezzo, quello rosso, era di scarso valore poiché il primo strato sotto il terreno era ricco di umidità e molto più friabile, sovente era utilizzato per le fondazioni o scartato, quello bianco, di media qualità veniva estratto dalle parti più basse della cava, quello giallo, per tutti gli impieghi variava di prezzo in base all'area di estrazione, le più rinomate erano presso masseria la Torre (torre te lu fieu) e li Monaci. Infine il materiale veniva trasportato dalla cava al cantiere tramite il trainieru.

Il paesaggio che si viene a creare è molto singolare, le cavità prendono forma a gradini, a causa dell'ingombro laterale dello zzueccu, con un labirinto irregolare costituito di varie stanze, dislivelli, scale e pinnacoli di pietra non estratta poiché di cattiva qualità (con catene o linee di cozza). Una volta esaurita, la cava veniva recuperata a giardino, pian piano la natura si riappropriava della terra, e crescevano spontaneamente, chiappari, tumu, fichi, ficatigne, mentre in anfratti più ampi venivano piantati ulivi o agrumi; con il materiale tufaceo di scarto venivano realizzati muretti a secco di contenimento o di confine, e furnieddhri per riparo dalle improvvise intemperie.
La natura geologica del tufo permette la creazione di questi miracolosi giardini ad esempio il mantenimento dell'umidità in caso di siccità; questi esempi sono ritrovabili nell'area a sud est di Copertino, ma purtroppo c'è da constatare l'ignoranza di molte persone, che hanno utilizzato questi anfratti per liberarsi di elettrodomestici non più funzionanti, materassi rigorosamente bruciati, carcasse di auto, e l'immancabile “cesso” incontrastato principe delle improvvisate discariche salentine.

Una cava trasformata in giardino
Una vecchia cava trasformata in giardino, nei pressi di masseria La Torre
Le cave contemporanee

Arrivando ai giorni nostri, gli zzoccaturi si sono trasformati in imprese e le tagghiate in buchi nella crosta terrestre. Con la meccanizzazione, a partire dagli anni '50 del Novecento si è potuto realizzare il lavoro di cento zzocaturi in un giorno mediante qualche ora di un macchinario; che mediante ruote dentate effettua dei solchi orizzontali e verticali, risultando così conci, già squadrati in dimensione standard, imballati su dei pallet e pronti ad essere spediti in cantiere. Le cave più grandi ancora attive sono quelle situate nell'Arnèo, nei pressi delle masserie Santa Chiara, Torre del Cardo, Fattizze, a Copertino, presso li Tumi e li Monaci, e in agro di Nardò quelle ad Agnano e Tagghiate. Altre cave presenti nel nostro territorio, sono quelle di inerti e ghiaia, fricciu a Leverano in contrada Albaro e a Mollone nei pressi di Masseria Scoi.
Guardando dall'alto le cave e possibile rendersi conto dei metri cubi estratti, e di quelli costruiti (moltiplicati per 10!). I problemi si riscontrano a fine attività: arrivando a un certo livello non è più economico estrarre materiale, allora la si abbandona, e non e facile trovare una nuova destinazione d'uso, il rischio è che causa del suolo scoperto la falda freatica

vico degli zoccaturi a Copertino
Vico degli Zoccaturi, ai giorni nostri
scenda di livello con conseguenza per le coltivazioni circostanti, inoltre nelle giornate di vento la sabbia della lavorazione si alza con molta facilità spargendosi nei comuni vicini mentre a volte diventano discariche autorizzate e non; in altre parti del Salento le ex-cave sono state sapientemente trasformate in arene, piste, e luoghi polifunzionali.
Una cava anteriore agli anni '50 del Novecento   Una cava moderna
Due paesaggi a confronto a poca distanza l'uno dall'altro, situate ai lati della strada per Santa Barbara
Pubblicato il 27 Febbraio 2008

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